Pubblicato da: extrarude su: 7 Settembre, 2006
(leggi prima parte)
A cosa possono servire 10 minuti? 10 minuti possono servire per abbassare la cornetta, correre in camera, prendere il cappotto dall’armadio, indossarlo, cercare gli stivali sotto al letto, trovarli e infilarseli, andare davanti allo specchio, passarsi sulle labbra il rossetto preferito dal proprio ragazzo (dopo averlo cercato tra mille), attraversare il corridoio, uscire, tornare indietro perché ci si è dimenticati le chiavi della bici, uscire di nuovo, scendere le scale, aprire il garage, prendere la bici e partire, dimenticando il garage aperto…
Sì, a questo possono servire 10 minuti.
Antoine picchietta con le dita sul vetro. Guarda una ragazza passare: ha le stesse calze rosse di Margherite, quelle che lei mette sempre per le occasioni speciali. Antoine va a sedersi sulla terza sedia della fila. Guarda gli oblò vorticare, schizzando sui vetri gocce d’acqua e sapone. Una signora, lì affianco, ne apre uno ed estrae due paia di lenzuola bianche. Ne sprigiona un pungente odore di pulito. Le piega meticolosamente, sorride ad Antoine e se ne va, facendo tintinnare qualche moneta nel cestino della vecchia. Antoine cerca sul muro un orologio, non lo trova. Chissà, saranno già passati altri 10 minuti o forse più…
Che cosa si può mai fare in poco più di 10 minuti? Si può percorre Rue Noir in bicicletta, facendo attenzione che le macchine non prendano qualche pozzanghera, schizzandoci le calze rosse. Si può svoltare in fondo, a destra, in Rue Bordeaux e distrarsi guardando il cielo per capire se il temporale si scatenerà prima o dopo dell’arrivo a destinazione. Si può continuare a pedalare a ritmo serrato, con il primo fiatone che si mangia il rossetto… ed il cuore che batte per l’ansia d’arrivare troppo tardi, e che scandisce, inconsapevole e maledetto, il passare del tempo.
Antoine torna verso il telefono. Ha un’unica moneta in tasca, dopodiché dovrà cercare di svignarsela fuori dalla lavanderia senza far tintinnare nulla nel cestino della vecchia. Lascia cadere la moneta nella fessura del telefono. Compone di nuovo il numero di Margherite. Tuu.. tuu.. tuu… non risponde nessuno. Antoine riattacca, ma il telefono non gli restituisce il gettone. Probabilmente è un trucco della vecchia, pensa ora che sta imparando a conoscerla.
Nella lavanderia entra una donna giovane, fisico slanciato, mani ingioiellate. Riempie la quinta lavatrice, si siede. Un istante dopo prende un foglio e una penna dalla borsa ed inizia a scrivere: “Caro amore, questa è la mia ultima lettera. Mio marito ha…”.
Nella lavanderia entra ora un uomo anziano, i baffi bianchi, gli occhi chiari. Riempie la settima lavatrice, si siede. S’accende un sigaro, sa che quella è l’unica lavanderia di Bruxelles in cui è permesso fumare. D’altronde è per quello che l’ha scelta. Si gode il sigaro fino in fondo, fantasticando chissà che… poi se ne accende un altro…
Antoine li guarda. Perde il conto del tempo. Saranno passati 10, 15, 20 minuti?
Quanto tempo era passato in realtà? Era passato il tempo che occorre per fare lo slalom, in bici, tra le macchine in Rue Marcel, per inoltrarsi nel centro storico, salutando con la mano, senza fermarsi, due compagni d’università, e superare il teatro, lanciando un’occhiata al cartellone dello spettacolo settimanale… e pedalare, pedalare, pedalare, pensando ad Antoine e alle sue labbra carnose, al colore della sua divisa olivastra, alla presa delle sue mani… e correre, correre, correre, svoltare in Rue de la Mer e lasciar scivolare la bici sul selciato, davanti alla lavanderia.
Margherite entra. Ha i capelli fradici. Un’impercettibile traccia di rossetto sulle labbra. Le calze rosse picchiettate dalle gocce di pioggia. Un sorriso aperto sul viso.
Antoine la vede. Si alza, la raggiunge.
Sono finalmente uno di fronte all’altra.
Non resta che un minuto, un minuto per…
Un bacio. Con la lingua. Le mani di lui strette sui fianchi di lei. Le mani di lei attorno al collo di lui. Gli occhi chiusi. Le labbra umide. I pensieri lontani.
L’oblò della terza lavatrice che si ferma. (FINE)

racconto di Lucia Pietrelli (luciapietrelli@libero.it)
foto: extrablog