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Margot e Bel (pt.1)

Pubblicato da: extrarude su: 20 Settembre, 2006

A Bel, mia attrice,
da Del, tua scrittrice.


Con attenzione Margot e Bel cercavano di caricare il quadro in macchina. Le enormi dimensioni ed il notevole peso del dipinto richiesero una serie di lunghe manovre. Bel sbuffava ed era sul punto di rinunciare quando Margot, risoluta, decise di smontare la capote della sua vecchia Renault bordeaux. In un istante il quadro, imbavagliato in vecchi stracci ingialliti, fu collocato sui sedili posteriori. Gli stracci erano così numerosi che, al tatto, la consistenza del quadro pareva quasi morbida.
Il sole, ormai allo zenit, invadeva il cielo di Lione. Margot e Bel si misero un cappello di paglia per ripararsi. Partirono. La strada si stendeva dritta davanti a loro. Margot spingeva il piede sull’acceleratore, sfidando la leggera sonnolenza che aveva colto Bel.
“A questa velocità nemmeno la Morte riuscirebbe a prenderci” le urlò Margot, cercando di sovrastare il sibilo del vento.
Bel, ad occhi socchiusi –per il sole e per il sonno-, le sorrise, chiedendosi perché mai la Morte avrebbe dovuto desiderare raggiungerle. Aveva ventidue anni Margot, venti Bel. Niente poteva essere più lontano della Morte.
Bel sospirò e cercò di focalizzare la propria attenzione sui cartelli stradali che velocemente si susseguivano, per evitare, così, d’assopirsi. Tutta la notte il pensiero del viaggio l’aveva tenuta sveglia.
“Guarda i vigneti e i campi”, le disse Margot, notando la direzione del suo sguardo, “non puoi godere della meta, se non assapori prima il viaggio”.
Era inesperta Bel, al suo primo viaggio, scappata di casa per amore di un’avventura.
“Se riuscirò a vendere il quadro, resteremo a vivere a Parigi”, le aveva ripetuto più volte Margot in quegli ultimi giorni per vincere le sue resistenze. “Ti porterò a vedere la Tour Eiffel, che è così alta da toccare il cielo… e Notre Dame, dove per secoli e secoli hanno trovato rifugio banditi ed assassini…”.
Gli occhi di Margot parevano brillare al pensiero di Parigi e, di riflesso, facevano brillare anche quelli di Bel. In realtà Bel aveva deciso già da giorni di partire, ma fingeva ancora indecisione perché le piaceva ascoltare Margot parlare di Parigi, come se in quella città si trovassero le cose più stravaganti ed inaudite del mondo.
“A Montmartre mille pittori ti chiederanno di posare per loro… tu sei giovane e bella, Bel. Una musa perfetta”.
“Non scherzare con me”, la intimava Bel, prima di lasciarsi andare ad un sorriso, pensando a ciò che l’aspettava. Credeva in Margot, le credeva dal giorno in cui era venuta a chiedere un bicchiere di vino alla brasserie del padre. Lui l’aveva guardata in maniera torva perché non gli era mai capitato, nei suoi trent’anni d’attività, di servire alcolici ad una donna sola. E Bel, dietro al banco, aveva riso della reazione paterna ed aveva incollato i propri occhi sul viso di Margot che, indifferente allo scandalo che aveva appena suscitato nella più vecchia brasserie di Lione, sorseggiava, gustandoselo lentamente, il suo bianco bicchiere di vino.
Cosa raffigurasse il quadro di Margot, Bel non lo sapeva. D’altronde aveva scoperto che Margot dipingeva soltanto qualche giorno prima che lei la invitasse ad andare a Parigi. Parlava di tutto Margot, ma non di sé. Quello che Bel era riuscita a sapere l’aveva ricavato mettendo insieme stralci di conversazioni qua e là. Quasi un puzzle, in cui i pezzi mancanti superavano di gran lunga il numero di quelli presenti. Si conoscevano da poco. Margot sapeva molte più cose di Bel, di quante non ne sapesse Bel di Margot.
Margot sapeva che Bel sognava ogni notte d’andarsene da Lione e viaggiare.
Margot sapeva che a Bel ardevano gli occhi e le gote quando uno straniero entrava nella brasserie del padre e lei poteva così porgli mille domande sul suo Paese, anche se suo padre, vegliando su di lei da lontano, le ricordava sempre quali fossero i limiti della cortesia e della discrezione, perché in quegli istanti i gesti di Bel si facevano così lenti che sarebbe stata capace di rimanere un intero a pomeriggio a preparare un cafè au lait, pur di continuare ad ascoltare le parole del cliente straniero, pur di poter viaggiare con la fantasia ed avere un pensiero a cui ancorarsi la notte successiva.
Ma Bel non sapeva che Margot soffriva d’insonnia e, di notte, girava per le vie di Lione con il suo gatto bianco al seguito.
Bel non sapeva che Margot credeva nella reincarnazione e che aspettava con ansia la vita in cui sarebbe stata una rondine –chissà in quale Paese sarebbe andata a svernare-.
Bel non sapeva che Margot beveva vino per continuare a vivere.

Margot, guidando, non aveva pensieri.
L’imprevedibilità della primavera la colse d’improvviso con una pioggerella fina, che iniziò a caderle sulla testa. Bel, al suo fianco, dormiva; i primi tuoni la svegliarono. Decisero di accostare, ma l’ombra d’un vecchio noce non riuscì a ripararle. S’infradiciarono. Margot, preoccupata per il quadro, iniziò a tirar fuori alla rinfusa, dalla sacca che si era portata con sé, sottane e maglioncini. Li stese sugli stracci, già molli, con cui il dipinto era stato imballato. A fatica Bel la convinse ad entrare in un cafè.
Il locale era angusto e buio, nonostante la lunga parete di vetri che dava sulla strada. Il muro, dietro il banco, era annerito dal fumo della stufa che riscaldava il locale in inverno e da quello della pipa del proprietario, che, in ogni momento libero, fumava. E di attimi vuoti ce n’erano eccome in quel cafè fuori mano, frequentato da rari avventori, che si erano persi tra le intricate strade d’aperta campagna, o che si trovavano in condizioni particolarmente disagevoli. Quest’ultimo era il caso di Bel e Margot: secchiate di pioggia caddero ad intermittenza in quella giornata d’aprile ed impedirono alle due ragazze, fino a pomeriggio inoltrato, di riprendere il viaggio sulla vecchia Renault.
Bel bevve due cafès au lait, nonostante continuasse a ripetere che non fossero nulla di che se paragonati a quelli che faceva lei nella brasserie paterna; Margot, invece, prima si lasciò tentare da un trancio di torta salata e poi, come suo solito, azzardò un bicchiere di vino. Ma nessuno si scompose in quello sperduto cafè, dove ogni cliente era un miracolo del Padreterno e questo faceva sì che non ci s’interrogasse eccessivamente sui gusti dei clienti.
Pioveva a vento ed il ticchettio sui vetri del locale era incessante. Non appena i tuoni finirono ed il cielo iniziò a rischiararsi, Margot e Bel decisero di ripartire. Asciugarono i sedili con i tovagliolini presi al cafè. Una volta in marcia a Bel parve che Margot, invece di guardare la strada, non facesse che osservare, attraverso lo specchietto, i panni gocciolanti ancora stesi in bella mostra sul quadro. Nel tramonto riverberi di luce vi baluginavano sopra.
“Se si è infradiciato, siamo fregate”, disse Margot in un sospiro, ma uno sbadiglio impedì a Bel di sentire. (CONTINUA)

racconto di Lucia Pietrelli [luciapietrelli@libero.it]

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