Pubblicato da: extrarude su: 25 Settembre, 2006
(leggi prima parte)
Il viso di Bel era completamente disteso. Non v’era più traccia di sonnolenza, ma chiuse gli occhi, un istante, per immaginare l’espressione del padre nel trovare, al mattino, il suo letto vuoto, con sopra quel laconico biglietto: “Me ne sono andata per un po’. Tornerò”.
Margot guidava ora più lentamente, lontana dalla frenesia del primo pomeriggio, come per rispettare il calmo apparire delle stelle.
“Arriveremo a Parigi all’alba” disse a Bel in tono quasi materno, come se temesse che lei potesse pentirsi di quella fuga.
“Dove andremo quando arriveremo?”.
“Per prima cosa ti mostrerò la Tour Eiffel, poi gireremo la città alla ricerca di qualche galleria d’arte…”.
“Pensi che riuscirai a vendere il quadro?”.
“Penso di sì”.
Margot aveva la pelle leggermente dorata dal sole, capelli lunghi e fini d’un rosso ramato, un corpo esile, ma con un seno pronunciato che le sollevava la camicetta di lino ch’aveva indosso.
“Accendimi una sigaretta, Bel, altrimenti non riuscirò a guidare tutta la notte”.
Bel, titubante, si mise una sigaretta in bocca e cercò d’accenderla. Suo padre non le aveva mai permesso di fumare. La fiamma dell’accendino si spegneva non appena a contatto con la brezza della loro velocità. Provò una, due, tre volte; infine ci riuscì.
“E dopo che avrai venduto il quadro, cosa faremo a Parigi?”, chiese Bel, mascherando la propria ansia.
“Andremo a festeggiare. Ti porterò a cena sugli Champs Elysèes e poi andremo a vedere le ballerine del Moulin Rouge, come facevano gli impressionisti… e così spenderemo tutti i soldi del quadro!”.
Bel si fece seria: “E dopo? Come faremo senza soldi?”.
Margot ci pensò un istante, ma non seppe cosa risponderle. Buttò via la sigaretta. Sopra di loro si stendeva il cuore della notte. Per quanto Bel stesse col naso all’insù, non riusciva a trovare la luna. Miriadi di stelle abitavano il cielo.
“Le Pleiadi!”, gridò poi, d’improvviso. Ma Margot non replicò: si era persa a rimpiangere alcuni giorni della sua vita. Il giorno in cui aveva steso l’ultima pennellata sul quadro, che ora giaceva sui sedili posteriori, era stato il più bello della sua vita. Ed il bicchiere di vino alla brasserie del padre di Bel non era stato che la celebrazione dell’opera appena compiuta.
A cento chilometri da Parigi Margot accostò la macchina davanti ad un bistrò. Aveva bisogno d’un caffè.
Il locale era deserto; i muri erano tappezzati di fotografie di Hemingway e Fitzgerald e, nella penombra dell’interno –perché solo poche lampade erano accese, si cercava di risparmiare, vista l’assenza di clienti a quell’ora della notte-, quelle immagini davano la sensazione di trovarsi in una cripta commemorativa, dove il gesto più appropriato sarebbe stato quello di deporre fiori e non d’ordinare un caffè.
“Quanto manca?”.
“Poco”.
“Sei stanca?”.
“Un po’”.
Margot sorseggiò lentamente il proprio caffè. Guardava Bel: non si era mai accorta di quanto fossero verdi i suoi occhi e riccia la sua scura criniera di capelli. Si vedeva subito che non era una bellezza francese: le origini materne, siciliane, si tradivano fin dal primo sguardo.
“Ho trovato cosa faremo dopo aver dissipato tutti i soldi del quadro”, disse Margot con gli occhi che le brillavano, “sì, saliremo di nuovo sulla mia fida Renault ed andremo in Sicilia”.
“In Sicilia? Ma non dovevamo restare a Parigi?”, replicò Bel meravigliata.
“Tu lì hai dei parenti, no? Ci faremo ospitare”.
“E come passeremo le giornate?”.
“Tu guardi sempre troppo avanti, Bel”.
Margot si alzò e si diresse verso l’uscita. Bel, lanciando un ultimo sguardo ad una fotografia di Hemingway in cui lui sorrideva accanto ad una svestita Inge Feltrinelli, la seguì.
Il tempo mangiò le distanze. S’iniziarono a scorgere, lontane, le prime luci della periferia di Parigi. Il cielo violaceo stava preparandosi ad accogliere il sole. Bel e Margot si sentirono sole nella vastità dell’universo. I colori dell’alba furono rari e preziosi: nulla vi è al mondo che li sappia restituire.
“Quando saremo in Sicilia, passeremo le giornate ricordando”.
Bel guardò Margot con aria incredula, gli occhi sospettosi, e sulle labbra un sorriso malizioso in attesa di sbocciare…
Margot continuò: “Sì, ricorderemo. Perché? Tu non hai nulla da ricordare?”.
“Io voglio vivere”, rispose Bel, lasciandosi andare ad una fragorosa risata, pensando che Margot volesse prenderla in giro.
“Io no”.
Il riso di Bel s’interruppe bruscamente. Nel silenzio si udì il fischio d’un treno lontano.
“Questo quadro per me è come un figlio. Non ho vissuto che per dipingerlo”.
D’istinto Bel si voltò indietro e lo vide: il quadro oscillava appena sulla tela colorata dei sedili. In un angolo s’intravedeva l’oro della cornice.
Margot scorse davanti a loro un passaggio a livello chiuso ed iniziò a rallentare.
“Cosa raffigura il quadro?” le chiese Bel.
Margot chiuse gli occhi e premette il piede sull’acceleratore.
Il treno, continuando a fischiare, sopraggiunse.
L’impatto non fu che un istante.
Sulle rotaie, poco distante dal luogo dell’incidente, fu ritrovato il quadro. Un taglio fendeva gli stracci che lo ricoprivano. Nella fessura brillava il sole. Una rondine attraversava la sua luce. (FINE)
racconto di Lucia Pietrelli [luciapietrelli@libero.it]